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A tuo figlio (o figlia) è capitato di fare esperienza di un brutto voto oppure di affrontare un anno scolastico negativo? E tu, da genitore, come hai reagito o come reagiresti se dovesse accadere?

Il successo si configura, spesso, come la principale tra le diverse aspettative genitoriali alle quali è collegato il percorso scolastico di un figlio: i genitori sperano in una carriera scolastica costellata di buoni voti che da un lato ne attestino l’impegno e la preparazione e dall’altro costituiscano le basi per l’affermazione personale e un’alta qualità della vita.
Un percorso, però, quasi mai procede senza intoppi e, quindi, può capitare di dover fronteggiare la possibilità di un brutto voto o una serie di brutti voti.
In questo caso, come spesso accade, la tendenza è di focalizzarsi sul problema più immediato – il basso voto o la bocciatura – piuttosto che sul bambino/ragazzo e sui motivi che hanno generato la difficoltà o il blocco: il figlio che fino a poco tempo prima non aveva dimostrato particolari problemi nello studio, sembra ora in crisi e il genitore non sa come affrontare la situazione, non riesce più a comunicare con lui.
Le reazioni degli adulti a questo evento possono essere molteplici:

  • si assume un atteggiamento difensivo per cui si tende a negare l’accaduto e non riconoscere le difficoltà del figlio. Di solito si rimandano il più possibile gli incontri con gli insegnanti o non si contattano affatto onde evitare di prendere posizione e sentirsi costretti a “fare qualcosa”; con il figlio non si parla dell’accaduto e, a volte, si stipula un tacito accordo per cui non se ne parla in famiglia né di fronte a estranei
  • se la preoccupazione e l’ansia per l’insuccesso scolastico sono molto forti, a volte, si può verificare latendenza a parlarne continuamente in famiglia, come se fosse l’unico e solo problema da risolvere. In tal caso, la sfiducia nei confronti del figlio può avere la meglio e portare i genitori a controllare e intervenire, in maniera drastica, nella sua vita scolastica (per es. rivedere quotidianamente i compiti o sostituendosi a lui nell’esecuzione)
  • si riconoscono le difficoltà del figlio ma le si attribuiscono a fattori esterni: “è colpa” degli insegnanti, della scuola, delle circostanze
  • si interviene immediatamente e con severità, appena un risultato risulta inferiore ai precedenti,attraverso punizioni, sgridate, compiti aggiuntivi
  • si interviene operando un confronto con fratelli e/o sorelle, cugini, amici “bravi a scuola”
  • si confronta l’operato del figlio con i propri successi scolastici o con quelli dell’altro genitore. Entrambe queste ultime due modalità sortiscono l’effetto contrario: anziché stimolare a far meglio aumentano il senso d’inferiorità, d’inadeguatezza e vergogna.

Come evitare, quindi, l’utilizzo di modalità controproducenti? Come aiutare un figlio in difficoltà nello studio?

Vi è capitato, per scrollarvi di dosso ansia e sensi di colpa, di dargli dello “svogliato” o del “pigro” attribuendogli, anche se in maniera inconsapevole, la responsabilità dell’insuccesso? Oppure, vi siete mai sentiti a disagio o imbarazzati, in presenza di amici e parenti, quando l’argomento “scuola” è stato anche solo sfiorato?
Non bisogna gridare allo scandalo: è del tutto naturale sentirsi responsabili degli insuccessi dei propri figli e, di conseguenza, provare sensi di colpa e ansia; allo stesso tempo non è facile riuscire a gestire queste emozioni e stati d’animo. Che fare quindi?
Innanzitutto, il genitore può aiutare il figlio a trovare una soluzione attraverso l’ascolto di ciò che ha da dire per giustificare il brutto voto o le difficoltà nello studio, può porre attenzione ai suoi comportamenti a casa e, inoltre, può dialogare e confrontarsi con insegnanti, maestri, allenatori etc. Spesso, infatti, si tratta di un disagio psicologico che il figlio non riesce a esprimere in maniera adeguata o di cui non è totalmente consapevole: se non ci sono problematiche di apprendimento o deficit cognitivi, molto spesso si tratta di una protesta e/o una richiesta di aiuto – clima scolastico  troppo competitivo, conflittualità tra i genitori, caoticità nell’organizzazione della vita quotidiana familiare, eccessivo uso di strumenti tecnologici, etc.
Di seguito, alcuni consigli per aiutare i propri figli ad affrontare l’esperienza di un brutto voto e ritrovare il senso di efficacia e soddisfazione personale:

  • non rimproverare, punire o mostrarsi indifferenti di fronte ai brutti voti: tali atteggiamenti conducono al consolidamento dell’insuccesso
  • non fare i compiti al suo posto: ciò aumenta il senso di inefficacia e sfiducia nelle proprie capacità e, più spesso, attiva tutta una serie di comportamenti oppositivi nei confronti di famiglia e scuola
  • prestare maggiore attenzione alle comunicazioni verbali e comportamentali: questo aiuterà a capire meglio l’origine del disagio e delle difficoltà (familiare, scolastico o un conflitto interiore)
  • seguirlo con pazienza e spirito positivo, stargli vicino in modo che non si scoraggi o perda la speranza di rimediare
  • dimostrare che l’interesse non è focalizzato sul voto in sè ma sul suo impegno e la sua passione nello studio
  • prevedere il ricorso al supporto di lezioni aggiuntive, se necessario
  • chiedere aiuto a uno psicologo quando ci si rende conto che il bambino/ragazzo risulta “inaccessibile” nonostante le iniziative intraprese e oppone una strenua opposizione al dialogo e all’apprendimento.

Bibliografia essenziale

  • Filliozat I. Nessun genitore è perfetto. Ed. Piemme, Milano, 2011
  • Bonadiman F. Il cattivo studente. Disadattamento, insuccessi e abbandono scolastico. Armando Ed., Roma, 2007

Sei genitore di un figlio (o una figlia) al quale piace lo sport? Ti siete mai chiesto(a) qual è il tuo atteggiamento “a bordo campo”, come lo percepisce tuo figlio e quale messaggio pensi di comunicare?

Secondo gli ultimi dati divulgati dal Coni (Comitato Olimpico Nazionale Italiano, triennio 2013-2016) la percentuale dei giovani (tra i 6 e i 24 anni) che pratica sport in maniera continuativa è in costante crescita. Ciò significa che un numero sempre maggiore di genitori accompagna i propri figli a un allenamento.

Fino ai 5 anni l’incontro dei bambini con l’attività fisica si sviluppa nella scuola dell’infanzia soprattutto attraverso il gioco: si fa movimento per imparare a esprimersi. In tale contesto, l’attenzione è rivolta a rendere il bambino consapevole, da un lato delle proprie emozioni e di ciò che accade nel suo corpo, dall’altro della possibilità che il proprio movimento, ritmato a quello degli altri, può farlo entrare in sintonia con il gruppo permettendogli di sperimentare emozioni nuove.

Dai 6 anni in poi, è possibile iniziare la pratica sportiva che, però almeno nei primi tempi, dovrebbe rappresentare un’attività ludico-motoria attraverso la quale divertirsi e sperimentarsi. E’ durante questo periodo che il bambino impara ad applicarsi negli allenamenti in modo costante grazie all’entusiasmo derivante dalla pratica, da una sempre maggiore capacità di controllo dell’impulso a muoversi, a focalizzare l’attenzione su una determinata attività insieme a un maggiore adattamento alle situazioni nuove. Inoltre, si confronta con un contesto sociale più ampio – rispetto a quello familiare – e con diverse regole e metodi educativi.

Il ruolo del genitore, particolarmente in questa fase (e, di solito, fino ai 15-16 anni), si figura come indispensabile e insostituibile. Innanzitutto, al genitore è richiesta pazienza e disponibilità nell’accompagnare, aspettare e riprendere il figlio dalla palestra, dalla piscina, dal campo d’allenamento, etc.; ancora, dovrà riuscire a concordare i tempi da dedicare allo studio e ai compiti; infine, dovrà investire economicamente in rette e sostegno alle attività.

A livello psicologico, la presenza stimolante (ma non ossessiva rispetto al risultato) e di supporto del genitore costituiscono le basi per una sana e gratificante vita sportiva del figlio. La famiglia induce attitudini positive nei confronti dell’attività motoria quando i genitori praticano sport, trascorrono molto tempo libero con i figli, sono convinti che l’attività fisica faccia bene alla salute e, infine, credono che frequentare corsi di avviamento allo sport abbia effetti positivi sulla socializzazione.

Cosa possono fare, quindi, i genitori per stimolare la pratica dello sport?

  • Preparare a essere sportivi senza distinzione di sesso: bambini e bambine – e così pure ragazze e ragazzi – devono essere coinvolti allo stesso modo nell’intraprendere uno sport
    aiutare a individuare lo sport preferito
  • non dimenticare che lo sport aiuta a crescere e non a vincere. Lo sport deve insegnare a impegnarsi, migliorarsi, mettersi alla prova, stringere rapporti sociali, assumersi responsabilità e viversi come membro di una “comunità” nella quale vigono diritti e doveri per ciascuno
  • incoraggiare sempre, anche quando i figli sono demotivati o pigri, per aiutarli a non cedere di fronte alle prime difficoltà
  • infondere il rispetto nei confronti sia delle persone (compagni, avversari, allenatore, arbitro, pubblico, etc.) sia dei luoghi in cui si pratica (campo, spogliatoio, etc.)
  • non sottovalutare gli impegni scolastici, che devono procedere di pari passo all’attività sportiva: la scuola prevede impegno, sacrificio e costanza continui al pari dello sport
  • verificare che l’attività sportiva non interferisca con il riposo e una sana alimentazione: gli allenamenti possono risultare molto intensi, a volte, quindi bisogna prevederne una corretta definizione in termini quantitativi e qualitativi.

D’altra parte, taluni atteggiamenti e comportamenti sarebbero da evitare da parte dei genitori perchè influiscono negativamente sul benessere emotivo e sportivo dei bambini e dei ragazzi e sul livello di autostima – in modo particolare quando l’attività sportiva si trasforma in attività agonistica (quando cioè si partecipa a gare, incontri e competizioni):

  • cercare il proprio riscatto nella realizzazione sportiva del figlio
  • sottintendere o dire direttamente “non sei capace” e/o “non sei portato”
  • decidere il tipo di sport da praticare
  • fare paragoni con fratelli e/o sorelle o con compagni di squadra o avversari
  • soffermarsi sul risultato odierno senza dare rilevanza al processo e all’impegno profuso nel corso degli allenamenti
  • interferire con le regole e le scelte dell’allenatore
  • non controllarsi durante le gare e/o le partite e urlare o inveire contro il proprio figlio che ha commesso un errore, contro gli avversari, l’arbitro, l’allenatore, etc.
  • entrare nello spogliatoio o in campo
  • rimproverare a fine gara.

Infine, se è vero che l’attività sportiva rappresenta un aiuto alla crescita personale, bisogna che si inserisca armonicamente tra gli impegni settimanali del bambino e/o del ragazzo. Sarebbe auspicabile, quindi, evitare di sobbarcarlo di impegni settimanali come, per esempio, più tipi di sport o attività: ciò rischia di essere controproducente sia perché non si avrebbe “tempo libero”, un tempo cioè in cui è concessa la libertà di pensare e decidere cosa fare, un tempo in cui si impara a rinunciare, sia perché verrebbe meno la possibilità di riposare adeguatamente per sostenerli tutti.
In conclusione, il genitore, in qualità di figura di riferimento primaria, dovrebbe farsi portatore di una serie di messaggi positivi e cioè: che lo sport è veicolo di valori umani fondamentali come il rispetto e la tolleranza, che la vittoria è conseguenza di un duro lavoro, che non conta solo il risultato ma anche la motivazione e l’impegno.

Qual è il tuo stile genitoriale e perché è importante conoscerlo? Gli stili genitoriali rappresentano le modalità prevalenti attraverso le quali ci rapportiamo e relazioniamo ai nostri figli e che orientano il loro sviluppo e adattamento psicosociale.

Essi dipendono da diversi fattori tra cui: lo stile genitoriale dei nostri genitori, le esperienze di stile genitoriale fatte con altre persone di riferimento (nonni, maestri, insegnanti, allenatori, etc.) e, infine, le decisioni derivanti dall’esperienza personale.
Ogni stile genitoriale, inoltre, ha a che vedere con i messaggi educativi, e quindi con le regole che ciascun genitore adotta con i propri figli. E’ questo il motivo per cui è importante saperne di più: comprendere il proprio ci aiuta a poterlo modulare e/o cambiarlo, nel caso fosse necessario.
In generale, sono stati identificati quattro stili genitoriali:
Autoritario: si caratterizza per uno stile rigido, non centrato sui bisogni dei figli. Il genitore autoritario pretende l’obbedienza incondizionata e non fornisce spiegazioni riguardo le proprie scelte e decisioni; esprime spesso giudizi, loda e gratifica raramente. Nella pratica educativa utilizza un notevole controllo sulle azioni dei figli e tende ad adottare, per lo più, comportamenti e atteggiamenti punitivi. Genitori con questo stile educativo appaiono poco – o per nulla – aperti al dialogo e al confronto con i figli non riuscendo, quindi, a favorirne l’indipendenza e autonomia.

Autorevole: rappresenta lo stile educativo più efficace per promuovere l’adattamento psicosociale dei figli e il loro successo scolastico. Il genitore autorevole conferma le qualità presenti nei figli e, contemporaneamente, pone gli standard per la condotta futura. Incoraggia il confronto e lo scambio verbale, condivide il ragionamento alla base delle proprie scelte ed è capace di ascoltare e considerare le obiezioni e i dissensi qualora si presentino: in questo modo il figlio si sente riconosciuto e accettato nella propria individualità, nelle opinioni e nei sentimenti. Lo stile autorevole, inoltre, è caratterizzato dal ricorso a un fermo controllo e all’imposizione continuativa di regole uniformi e coerenti. Infine, è capace di esprimere efficacemente affetto (attraverso azioni e verbalizzazioni), stima e fiducia nelle potenzialità: rispetta i figli per ciò che sono e per le loro esperienze favorendo così lo sviluppo di una sana autostima e l’autocontrollo.

Permissivo: attraverso questo stile educativo i genitori esercitano un basso controllo sui figli in associazione a un’elevata accettazione. Esprimono affetto e cercano di consultare i figli per qualunque decisione, si comportano in modo non punitivo. Risultano poco coerenti, però, rispetto alle regole e non incoraggiano all’obbedienza. Sono centrati sui bambini e ne soddisfano ogni richiesta, anche se non coerente. Di solito, tale atteggiamento impedisce ai figli di assumersi la responsabilità delle proprie azioni, li fa sentire poco fiduciosi in se stessi e incapaci di affrontare le avversità.

Trascurante/Rifiutante: rappresenta lo stile educativo meno costruttivo. E’ caratterizzato da un totale disimpegno affettivo e di controllo: il messaggio principale che un figlio riceve è “Fai quel che vuoi basta che non mi dai fastidio!”. Il genitore dallo stile trascurante è un genitore non coinvolto nella relazione, che stabilisce un rapporto freddo e scarsamente comunicativo con i figli nutrendo un basso livello di aspettative nei loro confronti. I figli che esperiscono questo contesto educativo manifestano scarso controllo delle emozioni e degli impulsi, si sentono molto insicuri nelle relazioni sociali e possono assumere comportamenti devianti.

E’ importante notare che la suddetta classificazione tipologica va considerata in termini orientativi: non esiste una causalità diretta tra stile genitoriale e sviluppo e adattamento del figlio: bisogna considerare anche l’interazione tra le caratteristiche temperamentali di quest’ultimo, lo stile genitoriale del partner, il contesto sociale e culturale entro i quali si costruisce la relazione stessa.

Riflettere su quale sia il proprio prevalente stile genitoriale, può aiutare a capire come modificarlo, se necessario, al fine di costruire un rapporto sano e felice con i propri figli.

Alcuni esercizi per riflettere sul proprio stile genitoriale:

  • Cosa penso e come mi comporto quando mio/a figlio/a esprime una sua idea?
  • Come trascorriamo il tempo insieme?
  • Come mi comporto quando non mi ubbidisce?
  • Come mi comporto se vuole far dal solo/a?

Bibliografia essenziale

  • Cena L, Imbasciati A & Baldoni F. Prendersi cura dei bambini e dei loro genitori. Milano, Springer, 2012
  • Gini G. Psicologia dello sviluppo sociale. Roma-Bari, Ed Laterza, 2012

Quante volte, come insegnanti, vi siete trovati a dover gestire discussioni, litigi e altre problematiche in classe o siete stati impegnati a misurarvi con le esigenze – sempre più articolate e diversificate – dei vostri alunni (per es. difficoltà di ascolto, scarsa partecipazione, atteggiamenti e/o comportamenti particolari)? Come avete affrontato tali situazioni? Quali strategie avete utilizzato?

Tra le caratteristiche indispensabili richieste alla scuola contemporanea si annoverano inclusività e capacità di utilizzo di strumenti educativi e didattici in grado di sostenere la complessità all’interno del gruppo classe (per es. esigenze e necessità individuali, presenza di disabilità, di culture differenti, etc.).
Uno strumento che rappresenta un valido supporto nella gestione della classe è il cosìddetto “circle time” (o “tempo del cerchio”). Esso offre la possibilità, agli insegnanti, di creare un clima positivo e conoscere meglio i propri alunni e a quest’ultimi, di imparare a discutere insieme ascoltando in modo attivo e – contemporaneamente – di risolvere eventuali conflitti analizzando il problema e trovando le possibili soluzioni.
Nel circle time tutti (insegnante e alunni) si siedono in cerchio in modo che ciascuno possa essere visto e possa vedere gli altri; l’insegnante ha il compito di coordinatore e facilitatore delle comunicazioni. La comunicazione all’interno del tempo del cerchio è subordinata ad alcune regole condivise ed esposte preventivamente dal coordinatore tra le quali: rispettare il proprio turno, cercare di utilizzare l’ascolto attivo, attendere che il coordinatore della discussione dia la parola.
E’ importante che il circle time sia definito da durata e cadenza regolari in modo da trasmettere agli alunni la sicurezza di avere uno “spazio di gruppo” e permettere loro di imparare a utilizzarlo al meglio.
Le tematiche da discutere possono essere concordate preventivamente, libere (lasciando che emergano dalle necessità del qui e ora del gruppo) o proposte dagli stessi alunni.
L’insegnante, per facilitare le discussioni, può utilizzare alcune tecniche di osservazione tra cui:

  • come gli alunni si dispongono in cerchio (chi siede vicino a chi? Qualcuno resta un po’ in disparte? Le vicinanze sono casuali o sempre le stesse?)
  • se tutti si sentono a proprio agio (qualcuno mostra imbarazzo, insolita aggressività, etc.? Qualcuno si allontana dal gruppo o chiacchiera in continuazione?)
  • come si svolgono gli interventi (chi prende la parola e chi resta in silenzio? C’è qualcuno che interrompe e come reagiscono gli altri?)
  • se tutti sono coinvolti nella discussione tenendo presenti sia indicatori verbali (numero di interventi, silenzi etc.) sia non verbali (qualcuno sbadiglia, chiacchiera col vicino, etc.).

Gli obiettivi principali del circle time sono rappresentati dal facilitare la comunicazione e la cooperazione tra pari e approfondire la conoscenza reciproca: in tal modo si creano le basi per l’integrazione, il senso di appartenenza e d’individualità, e, infine, si rende possibile la valorizzazione delle competenze dei singoli e del gruppo.

Bibliografia essenziale

  • Brandani F & Rizzardi M. Circle time. Il gruppo nella pratica educativa. Pianoro (Bo), Editografica, 2005
  • Francescato D, Putton A & Cudini S. Stare bene insieme a scuola. Roma, Carocci Ed., 2001

Cosa si intende per “insegnante competente“? Quali sono le competenze che l’insegnante “di qualità” dovrebbe possedere?

Sin dagli anni ’70, l’OCSE (L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico; ingl. OECDOrganization for Economic Co-operation and Development) avvia una serie di ricerche sulla qualità dell’insegnamento in Europa e nel 1994, in collaborazione con il Centre for Educational Research and Innovation (CERI), pubblica un rapporto (OECD-CERI) nel quale si identificano e definiscono cinque macro-aree di competenze entro le quali orientare l’insegnamento di qualità:

  • competenze metodolologico-didattiche
  • competenze di contenuti disciplinari
  • competenze relazionali (sia con gli studenti sia con i colleghi)
  • competenze gestionali e organizzative (non solo riferite alla “gestione della classe” in generale ma anche l’insieme delle attività educative e didattiche che si realizzano all’esterno della classe)
  • riflessività (come attitudine alla riflessione circa la propria capacità professionale).

Margiotta (2002) riorganizza e approfondisce i risultati del succitato studio internazionale e definisce sia le coordinate entro le quali si esplica la qualità del servizio (lavorare in team, “diagnosi” educativa, rivisitazione esperta e collegiale delle conoscenze e dei saperi tramandati dalla cultura, qualità della relazione educativa, valorizzazione delle esperienze, apprendimento organizzativo di imparare a cambiare ed evolvere in sintonia con i cambiamenti richiesti da storia, cultura e specificità scolastica), sia le dimensioni operative entro le quali interviene un insegnante esperto e competente. Tali dimensioni sono rappresentate da:

  • conoscenza e padronanza del sapere esperto (conoscenze teoriche), sapere insegnato (metodi che facilitano l’apprendimento) e sapere psicopedagogico (apertura al cambiamento in base all’evoluzione della sua disciplina e agli allievi)
  • capacità comunicative che favoriscono l’apprendimento
  • capacità riflessiva e di autocritica
  • competenza emotiva (capacità di relazionarsi con allievi e colleghi creando climi positivi di collaborazione)
  • competenza gestionale (capacità di assumere diversi ruoli nell’ambito del lavoro scolastico).

Ne deriva, quindi, che la qualità di un insegnante è data dalla combinazione di tutte queste differenti abilità – esplicate all’interno di un quadro più globale – e non dalle singole caratteristiche.

Nel 2005 la Direzione Generale Educazione e Cultura della Commissione Europea, propone una bozza di testo dal titolo “Principi comuni europei relativi alle competenze e alle qualifiche degli insegnanti” nella quale si sottolineano i punti cardine nei campi dell’istruzione e della formazione dei docenti, a supporto delle politiche adottate a livello nazionale e/o regionale. Si definisce che ciascun docente dovrebbe essere in grado di:

  • lavorare con le conoscenze, la tecnologia e l’informazione
  • lavorare e collaborare con studenti, colleghi e altre figure formative
  • lavorare con e nella società (locale e internazionale)
  • promuovere la mobilità e la cooperazione in Europa
  • riconoscendogli un ruolo chiave allo sviluppo dei valori di inclusione tra individuo e comunità.

Oggi, quindi, risulta più che mai nodale il concetto di identità professionale dell’insegnante, la cui maturazione si struttura attraverso un processo di apprendimento e sviluppo personale complesso e costante, un sistema all’interno del quale le diverse competenze si trovano in equilibrio dinamico, sempre in evoluzione e mai definite una volta per tutte. L’insegnante di qualità dovrebbe, cioè, sapere quando, quanto e come adottare, di volta in volta, ciascuna abilità adattandola alle esigenze dei diversi studenti nelle diverse situazioni.
Per concludere, all’insegnante viene richiesto di essere partecipe di un’esperienza condivisa nella quale lo studente non sia visto come un soggetto neutrale ma parte integrante del contesto interpersonale.

Ogni maestro/maestra, ogni professore/professoressa attento/a agli aspetti relazionali sa bene quanto alcune interferenze di tipo emotivo-affettivo possano influenzare il percorso d’apprendimento e le relazioni coi pari di uno studente. L’insegnante di qualità sarà in grado di utilizzare, se necessario, tutte quelle competenze utili ad accogliere, contenere, ascoltare empaticamente e comunicare al fine di creare l’ambiente (fisico e psicologico) atto al superamento delle difficoltà che la scuola pone allo studente coi suoi saperi e le sue richieste sempre nuove.

Bibliografia essenziale

  • Direzione Generale Educazione e Cultura, Principi comuni europei relativi alle competenze e alle qualifiche dei docenti (bozza), 2005
  • Farraghelli JE. Apprendere in contesti culturali allargati. Formazione e globalizzazione. Milano, Franco Angeli, 2012
  • Margiotta U. L’insegnante di qualità. Valutazione e performance. Roma, Armando Ed., 2002

I ragazzi contemporanei vivono in un’epoca tecnologicamente avanzata: sono generazioni per le quali l’uso di internet, web e social network rappresenta una consuetudine, la normalità. Sono strumenti attraverso i quali essi si informano e comunicano, socializzano e costruiscono relazioni. La velocità dell’evoluzione tecnologica però non ha permesso, contemporaneamente, un’adeguata riflessione sulle corrette modalità di utilizzo di tali strumenti, dando spazio all’emergere – negli ultimi quindici anni – del fenomeno del cyberbullismo (o bullismo elettronico).

COS’È IL CYBERBULLISMO?

Per cyberbullismo si intende una forma di aggressione volontaria agita da parte di un singolo o un gruppo (cyberbullo) nei confronti di una o più persone (vittima) attraverso l’utilizzo di vari strumenti di comunicazione elettronica (pc, tablet, cellulari e smartphone) e modalità tecnologiche (invio di messaggi volgari e violenti, furto di identità, diffusione di immagini, rivelazione di segreti e informazioni personali, denigrazione, esclusione intenzionale e continua da un gruppo online, invio di messaggi intimidatori, telefonate ripetute e squilli a vuoto, etc.) con l’intento di insultare e/o minacciare.

QUALI SONO LE CARATTERISTICHE DEL CYBERBULLISMO?

Le differenze tra cyberbullismo e bullismo tradizionale possono essere ricondotte alla specificità del fenomeno cioè alla modalità di trasmissione del messaggio aggressivo. E’ bene tenere a mente che la velocità di diffusione del materiale rende molto difficile fermare il processo una volta attivato.
In primo luogo, nel cyberbullismo – a differenza del bullismo tradizionale – la trasmissione del materiale non avviene di persona e quindi, i cyberbulli, molto spesso, sono sconosciuti alle proprie vittime. Parallelamente, l’anonimato non permette ai cyberbulli un riscontro diretto sugli effetti delle proprie azioni: non avendo la percezione del danno inflitto, per questi ragazzi, viene meno la comprensione empatica della sofferenza.
Il bullismo digitale è un fenomeno diffuso che interessa bambini e ragazzi di qualsiasi età e genere. Secondo uno studio Istat del 2014 risulta che le ragazze (11-17enni) subiscono, più frequentemente, episodi di bullismo on line ma possono rivelarsi anche aggressori e, in particolar modo, quando la vittima è dello stesso sesso.
Un aspetto interessante riguarda la relazione tra ruolo di cyberbullo e anonimato quasi mai presente nel bullismo tradizionale. L’anonimato fa si che anche chi nella vita reale subisce bullismo possa assumere, in qualsiasi momento, il ruolo di cyberbullo, mostrando una forma di disinibizione tale per cui agisce come non riuscirebbe nella vita reale.
Nel cyberbullismo si assiste alla presenza di un numero pressoché illimitato di “spettatori” (bystanders) che diventano veri e propri partecipanti attivi nel momento in cui condividono il materiale online e sui social network.
Infine, nel cyberbullismo le aggressioni possono essere continue, non smettono al ritorno a casa ma possono verificarsi in qualsiasi momento e luogo in cui si è connessi, dilatando in maniera significativa la dimensione spazio-temporale.
In conclusione, il (presunto) anonimato[1] e l’assenza di coordinate spazio-temporali provocano, nella vittima sensazioni di impotenza, senso di vergogna e umiliazione tali da impedire di chiedere aiuto, spesso con conseguenze psicologiche molto gravi, e in casi estremi, al suicidio.

COSA POSSONO FARE I GENITORI?

I genitori sono chiamati a confrontarsi con l’uso che i propri figli hanno con i nuovi media in maniera sempre più complessa: questi ultimi, infatti, nella stragrande maggioranza dei casi, sono più competenti e veloci nel loro utilizzo e – contemporaneamente – possono non avere l’effettiva consapevolezza dei rischi che corrono. E’ necessario, quindi, che gli adulti supportino, in maniera adeguata, i propri ragazzi nelle infinite possibilità che comportano sia la navigazione in rete sia l’uso delle attuali tecnologie.
Cosa possono fare concretamente i genitori per la loro tutela?
In generale, è importante considerare la costruzione di un dialogo aperto: ascoltare e parlare con i ragazzi e impegnarsi costantemente nel creare un’atmosfera familiare utile al dialogo rappresentano le basi per la costruzione di una comunicazione efficace tra genitori e figli. Con questi presupposti, è possibile confrontarsi sulla pubblicazione e condivisione di contenuti personali (video, foto e messaggi) mettendo in rilievo le possibili conseguenze e spiegare che esistono delle leggi che tutelano la privacy delle persone.
Inoltre, è necessario non demonizzare i nuovi media ma, al contrario, incoraggiarne l’uso creativo e di qualità delle risorse: essi costituiscono strumenti fondamentali nella vita delle nuove generazioni allargando, in maniera potenzialmente sconfinata, le opportunità e le forme di espressione, di condivisione e di comunicazione. Ancora, per gli adulti è importante tenersi costantemente aggiornati sulle novità in campo di social media: il genitore spaventato dalla possibilità di approfondire il linguaggio tecnologico, difficilmente riuscirà a responsabilizzarne l’uso e stare al passo dei propri figli “nativi digitali”. Allo stesso tempo, la possibilità di limitare l’accesso a siti con contenuti non adatti all’età (per es. siti o applicazioni di gioco online o con contenuti sessuali espliciti) attraverso filtri ad hoc permettono di tutelarli durante la navigazione.
Tenere a mente che i bambini, soprattutto, imparano dall’esempio: i genitori come adulti di riferimento rappresentano le persone dalle quali si imparano le regole e i modi di stare al mondo, quindi iniziate col chiedervi: io come uso i social media e le tecnologie? Le mie abitudini e comportamenti social come influiscono su quelle di mio figlio? Il porsi domande sull’argomento rappresenta un punto di partenza per costruire, insieme – e in relazione alla loro età ed esigenze – delle regole condivise, una sorta di “galateo” (o netiquette) per un uso adeguato di internet e dei dispositivi tecnologici al quale tutti, in famiglia, possono rifarsi.

COSA POSSONO FARE SCUOLA E INSEGNANTI?

La scuola può fare moltissimo per contrastare il fenomeno del cyberbullismo innanzitutto creando i presupposti per un contesto percepito dai ragazzi come luogo all’interno del quale sentirsi capiti e poter parlare e denunciare gli atti di cui si è vittima senza timore o vergogna. Potrebbe essere utile, per esempio, prevedere dei percorsi di educazione all’uso della tecnologia (per spiegare i vantaggi ma anche i pericoli), la presenza di uno psicologo scolastico, l’aggiornamento del personale scolastico sul tema, l’organizzazione di seminari e convegni ad hoc, etc.
Sarebbe auspicabile, da parte degli insegnanti, una conoscenza sia dei mezzi sia delle novità tecnologicheper avere un linguaggio comune con i ragazzi; possono dialogare con i propri alunni e studenti prestando particolare attenzione a diversi ‘segnali’. E’ noto che le conseguenze del cyberbullismo – come del bullismo – influenzano enormemente non solo il benessere individuale ma anche l’apprendimento e il rendimento scolastico. Porre attenzione, per esempio, alla percezione di un peggioramento del clima in classe e scarsa coesione tra i compagni, al comportamento sgarbato tra loro, l’esclusione o l’isolamento di alcuni da parte del gruppo, lo ‘smarrimento’ continuo di oggetti personali; ancora può essere utile notare il cambiamento nel comportamento di un alunno (per esempio il ritiro in se stesso e/o l’aumento dell’aggressività), il numero crescente di assenze, il peggioramento del rendimento scolastico.

CI SONO CONSEGUENZE GIURIDICHE PER CHI COMMETTE ATTI DI CYBERBULLISMO?

In Italia non esiste, a oggi, una legge che preveda il reato di cyberbullismo: la normativa si basa su leggi già presenti nei codici penale e civile (ingiuria, molestia o disturbo alle persone, minaccia, stalking, sostituzione di persona). Si propone di colmare tale lacuna la proposta di legge dal titolo “Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione e contrasto del fenomeno del cyberbullismo” al vaglio del Governo.
I ragazzi, nella stragrande maggioranza dei casi, ritengono di non correre rischi legali fino alla maggiore età ma ciò non è vero: già dai 14 anni (se ritenuti capaci di intendere e volere) sono responsabili delle proprie azioni e quindi perseguibili. Inoltre, per chi non ha ancora compiuto 14 anni la legge può rivalersi su chi detiene la patria potestà e chi, in qualità di pubblico ufficiale, omette o ritarda di denunciare notizie di reato.
Le conseguenze a livello penale e civile possono quindi coinvolgere non solo chi commette reati di cyberbullismo ma anche insegnanti (culpa in vigilando e in educando), scuola (culpa in organizzando) e genitori (culpa in educando).
E’ necessario, in ultima analisi, che la scuola trovi tutti gli spazi e i tempi per affrontare il tema, fare informazione e parlare di prevenzione coinvolgendo personale scolastico, studenti e genitori. Questi ultimi dovrebbero essere capaci non solo di instaurare una comunicazione efficace con i propri figli ma anche vigilare su cosa fanno sul pc, in rete e con gli smartphone in loro possesso.

A CHI RIVOLGERSI?

E’ fondamentale, come già detto, che i ragazzi percepiscano a casa e a scuola un ambiente entro il quale sia possibile comunicare e denunciare. Riuscire a parlare con un adulto di riferimento aiuta i ragazzi a sentirsi tutelati.
In molte scuole (ancora la minoranza) sono presenti gli psicologi scolastici mentre sul territorio sono attivi servizi pubblici e tutta una serie di associazioni che offrono consulenze a ragazzi e genitori.
Ancora, è possibile contattare le forze dell’ordine (Polizia Postale e Carabinieri) le quali si fanno carico di un’eventuale denuncia. Da anni si occupano di attività di prevenzione nelle scuole e hanno stilato un breve vademecum per contrastare il fenomeno.
[1] In realtà, sia le informazioni contenute nel computer sia le azioni effettuate, possono essere rintracciate dalla Polizia Postale, anche se sono state eliminate.