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Genitori Archivi - Elisabetta Perrone

Archivio

Genitori

10 Lug 2017

A tuo figlio (o figlia) è capitato di fare esperienza di un brutto voto oppure di affrontare un anno scolastico negativo? E tu, da genitore, come hai reagito o come reagiresti se dovesse accadere?

Il successo si configura, spesso, come la principale tra le diverse aspettative genitoriali alle quali è collegato il percorso scolastico di un figlio: i genitori sperano in una carriera scolastica costellata di buoni voti che da un lato ne attestino l’impegno e la preparazione e dall’altro costituiscano le basi per l’affermazione personale e un’alta qualità della vita.
Un percorso, però, quasi mai procede senza intoppi e, quindi, può capitare di dover fronteggiare la possibilità di un brutto voto o una serie di brutti voti.
In questo caso, come spesso accade, la tendenza è di focalizzarsi sul problema più immediato – il basso voto o la bocciatura – piuttosto che sul bambino/ragazzo e sui motivi che hanno generato la difficoltà o il blocco: il figlio che fino a poco tempo prima non aveva dimostrato particolari problemi nello studio, sembra ora in crisi e il genitore non sa come affrontare la situazione, non riesce più a comunicare con lui.
Le reazioni degli adulti a questo evento possono essere molteplici:

  • si assume un atteggiamento difensivo per cui si tende a negare l’accaduto e non riconoscere le difficoltà del figlio. Di solito si rimandano il più possibile gli incontri con gli insegnanti o non si contattano affatto onde evitare di prendere posizione e sentirsi costretti a “fare qualcosa”; con il figlio non si parla dell’accaduto e, a volte, si stipula un tacito accordo per cui non se ne parla in famiglia né di fronte a estranei
  • se la preoccupazione e l’ansia per l’insuccesso scolastico sono molto forti, a volte, si può verificare latendenza a parlarne continuamente in famiglia, come se fosse l’unico e solo problema da risolvere. In tal caso, la sfiducia nei confronti del figlio può avere la meglio e portare i genitori a controllare e intervenire, in maniera drastica, nella sua vita scolastica (per es. rivedere quotidianamente i compiti o sostituendosi a lui nell’esecuzione)
  • si riconoscono le difficoltà del figlio ma le si attribuiscono a fattori esterni: “è colpa” degli insegnanti, della scuola, delle circostanze
  • si interviene immediatamente e con severità, appena un risultato risulta inferiore ai precedenti,attraverso punizioni, sgridate, compiti aggiuntivi
  • si interviene operando un confronto con fratelli e/o sorelle, cugini, amici “bravi a scuola”
  • si confronta l’operato del figlio con i propri successi scolastici o con quelli dell’altro genitore. Entrambe queste ultime due modalità sortiscono l’effetto contrario: anziché stimolare a far meglio aumentano il senso d’inferiorità, d’inadeguatezza e vergogna.

Come evitare, quindi, l’utilizzo di modalità controproducenti? Come aiutare un figlio in difficoltà nello studio?

Vi è capitato, per scrollarvi di dosso ansia e sensi di colpa, di dargli dello “svogliato” o del “pigro” attribuendogli, anche se in maniera inconsapevole, la responsabilità dell’insuccesso? Oppure, vi siete mai sentiti a disagio o imbarazzati, in presenza di amici e parenti, quando l’argomento “scuola” è stato anche solo sfiorato?
Non bisogna gridare allo scandalo: è del tutto naturale sentirsi responsabili degli insuccessi dei propri figli e, di conseguenza, provare sensi di colpa e ansia; allo stesso tempo non è facile riuscire a gestire queste emozioni e stati d’animo. Che fare quindi?
Innanzitutto, il genitore può aiutare il figlio a trovare una soluzione attraverso l’ascolto di ciò che ha da dire per giustificare il brutto voto o le difficoltà nello studio, può porre attenzione ai suoi comportamenti a casa e, inoltre, può dialogare e confrontarsi con insegnanti, maestri, allenatori etc. Spesso, infatti, si tratta di un disagio psicologico che il figlio non riesce a esprimere in maniera adeguata o di cui non è totalmente consapevole: se non ci sono problematiche di apprendimento o deficit cognitivi, molto spesso si tratta di una protesta e/o una richiesta di aiuto – clima scolastico  troppo competitivo, conflittualità tra i genitori, caoticità nell’organizzazione della vita quotidiana familiare, eccessivo uso di strumenti tecnologici, etc.
Di seguito, alcuni consigli per aiutare i propri figli ad affrontare l’esperienza di un brutto voto e ritrovare il senso di efficacia e soddisfazione personale:

  • non rimproverare, punire o mostrarsi indifferenti di fronte ai brutti voti: tali atteggiamenti conducono al consolidamento dell’insuccesso
  • non fare i compiti al suo posto: ciò aumenta il senso di inefficacia e sfiducia nelle proprie capacità e, più spesso, attiva tutta una serie di comportamenti oppositivi nei confronti di famiglia e scuola
  • prestare maggiore attenzione alle comunicazioni verbali e comportamentali: questo aiuterà a capire meglio l’origine del disagio e delle difficoltà (familiare, scolastico o un conflitto interiore)
  • seguirlo con pazienza e spirito positivo, stargli vicino in modo che non si scoraggi o perda la speranza di rimediare
  • dimostrare che l’interesse non è focalizzato sul voto in sè ma sul suo impegno e la sua passione nello studio
  • prevedere il ricorso al supporto di lezioni aggiuntive, se necessario
  • chiedere aiuto a uno psicologo quando ci si rende conto che il bambino/ragazzo risulta “inaccessibile” nonostante le iniziative intraprese e oppone una strenua opposizione al dialogo e all’apprendimento.

Bibliografia essenziale

  • Filliozat I. Nessun genitore è perfetto. Ed. Piemme, Milano, 2011
  • Bonadiman F. Il cattivo studente. Disadattamento, insuccessi e abbandono scolastico. Armando Ed., Roma, 2007
10 Lug 2017

Sei genitore di un figlio (o una figlia) al quale piace lo sport? Ti siete mai chiesto(a) qual è il tuo atteggiamento “a bordo campo”, come lo percepisce tuo figlio e quale messaggio pensi di comunicare?

Secondo gli ultimi dati divulgati dal Coni (Comitato Olimpico Nazionale Italiano, triennio 2013-2016) la percentuale dei giovani (tra i 6 e i 24 anni) che pratica sport in maniera continuativa è in costante crescita. Ciò significa che un numero sempre maggiore di genitori accompagna i propri figli a un allenamento.

Fino ai 5 anni l’incontro dei bambini con l’attività fisica si sviluppa nella scuola dell’infanzia soprattutto attraverso il gioco: si fa movimento per imparare a esprimersi. In tale contesto, l’attenzione è rivolta a rendere il bambino consapevole, da un lato delle proprie emozioni e di ciò che accade nel suo corpo, dall’altro della possibilità che il proprio movimento, ritmato a quello degli altri, può farlo entrare in sintonia con il gruppo permettendogli di sperimentare emozioni nuove.

Dai 6 anni in poi, è possibile iniziare la pratica sportiva che, però almeno nei primi tempi, dovrebbe rappresentare un’attività ludico-motoria attraverso la quale divertirsi e sperimentarsi. E’ durante questo periodo che il bambino impara ad applicarsi negli allenamenti in modo costante grazie all’entusiasmo derivante dalla pratica, da una sempre maggiore capacità di controllo dell’impulso a muoversi, a focalizzare l’attenzione su una determinata attività insieme a un maggiore adattamento alle situazioni nuove. Inoltre, si confronta con un contesto sociale più ampio – rispetto a quello familiare – e con diverse regole e metodi educativi.

Il ruolo del genitore, particolarmente in questa fase (e, di solito, fino ai 15-16 anni), si figura come indispensabile e insostituibile. Innanzitutto, al genitore è richiesta pazienza e disponibilità nell’accompagnare, aspettare e riprendere il figlio dalla palestra, dalla piscina, dal campo d’allenamento, etc.; ancora, dovrà riuscire a concordare i tempi da dedicare allo studio e ai compiti; infine, dovrà investire economicamente in rette e sostegno alle attività.

A livello psicologico, la presenza stimolante (ma non ossessiva rispetto al risultato) e di supporto del genitore costituiscono le basi per una sana e gratificante vita sportiva del figlio. La famiglia induce attitudini positive nei confronti dell’attività motoria quando i genitori praticano sport, trascorrono molto tempo libero con i figli, sono convinti che l’attività fisica faccia bene alla salute e, infine, credono che frequentare corsi di avviamento allo sport abbia effetti positivi sulla socializzazione.

Cosa possono fare, quindi, i genitori per stimolare la pratica dello sport?

  • Preparare a essere sportivi senza distinzione di sesso: bambini e bambine – e così pure ragazze e ragazzi – devono essere coinvolti allo stesso modo nell’intraprendere uno sport
    aiutare a individuare lo sport preferito
  • non dimenticare che lo sport aiuta a crescere e non a vincere. Lo sport deve insegnare a impegnarsi, migliorarsi, mettersi alla prova, stringere rapporti sociali, assumersi responsabilità e viversi come membro di una “comunità” nella quale vigono diritti e doveri per ciascuno
  • incoraggiare sempre, anche quando i figli sono demotivati o pigri, per aiutarli a non cedere di fronte alle prime difficoltà
  • infondere il rispetto nei confronti sia delle persone (compagni, avversari, allenatore, arbitro, pubblico, etc.) sia dei luoghi in cui si pratica (campo, spogliatoio, etc.)
  • non sottovalutare gli impegni scolastici, che devono procedere di pari passo all’attività sportiva: la scuola prevede impegno, sacrificio e costanza continui al pari dello sport
  • verificare che l’attività sportiva non interferisca con il riposo e una sana alimentazione: gli allenamenti possono risultare molto intensi, a volte, quindi bisogna prevederne una corretta definizione in termini quantitativi e qualitativi.

D’altra parte, taluni atteggiamenti e comportamenti sarebbero da evitare da parte dei genitori perchè influiscono negativamente sul benessere emotivo e sportivo dei bambini e dei ragazzi e sul livello di autostima – in modo particolare quando l’attività sportiva si trasforma in attività agonistica (quando cioè si partecipa a gare, incontri e competizioni):

  • cercare il proprio riscatto nella realizzazione sportiva del figlio
  • sottintendere o dire direttamente “non sei capace” e/o “non sei portato”
  • decidere il tipo di sport da praticare
  • fare paragoni con fratelli e/o sorelle o con compagni di squadra o avversari
  • soffermarsi sul risultato odierno senza dare rilevanza al processo e all’impegno profuso nel corso degli allenamenti
  • interferire con le regole e le scelte dell’allenatore
  • non controllarsi durante le gare e/o le partite e urlare o inveire contro il proprio figlio che ha commesso un errore, contro gli avversari, l’arbitro, l’allenatore, etc.
  • entrare nello spogliatoio o in campo
  • rimproverare a fine gara.

Infine, se è vero che l’attività sportiva rappresenta un aiuto alla crescita personale, bisogna che si inserisca armonicamente tra gli impegni settimanali del bambino e/o del ragazzo. Sarebbe auspicabile, quindi, evitare di sobbarcarlo di impegni settimanali come, per esempio, più tipi di sport o attività: ciò rischia di essere controproducente sia perché non si avrebbe “tempo libero”, un tempo cioè in cui è concessa la libertà di pensare e decidere cosa fare, un tempo in cui si impara a rinunciare, sia perché verrebbe meno la possibilità di riposare adeguatamente per sostenerli tutti.
In conclusione, il genitore, in qualità di figura di riferimento primaria, dovrebbe farsi portatore di una serie di messaggi positivi e cioè: che lo sport è veicolo di valori umani fondamentali come il rispetto e la tolleranza, che la vittoria è conseguenza di un duro lavoro, che non conta solo il risultato ma anche la motivazione e l’impegno.

10 Lug 2017

Qual è il tuo stile genitoriale e perché è importante conoscerlo? Gli stili genitoriali rappresentano le modalità prevalenti attraverso le quali ci rapportiamo e relazioniamo ai nostri figli e che orientano il loro sviluppo e adattamento psicosociale.

Essi dipendono da diversi fattori tra cui: lo stile genitoriale dei nostri genitori, le esperienze di stile genitoriale fatte con altre persone di riferimento (nonni, maestri, insegnanti, allenatori, etc.) e, infine, le decisioni derivanti dall’esperienza personale.
Ogni stile genitoriale, inoltre, ha a che vedere con i messaggi educativi, e quindi con le regole che ciascun genitore adotta con i propri figli. E’ questo il motivo per cui è importante saperne di più: comprendere il proprio ci aiuta a poterlo modulare e/o cambiarlo, nel caso fosse necessario.
In generale, sono stati identificati quattro stili genitoriali:
Autoritario: si caratterizza per uno stile rigido, non centrato sui bisogni dei figli. Il genitore autoritario pretende l’obbedienza incondizionata e non fornisce spiegazioni riguardo le proprie scelte e decisioni; esprime spesso giudizi, loda e gratifica raramente. Nella pratica educativa utilizza un notevole controllo sulle azioni dei figli e tende ad adottare, per lo più, comportamenti e atteggiamenti punitivi. Genitori con questo stile educativo appaiono poco – o per nulla – aperti al dialogo e al confronto con i figli non riuscendo, quindi, a favorirne l’indipendenza e autonomia.

Autorevole: rappresenta lo stile educativo più efficace per promuovere l’adattamento psicosociale dei figli e il loro successo scolastico. Il genitore autorevole conferma le qualità presenti nei figli e, contemporaneamente, pone gli standard per la condotta futura. Incoraggia il confronto e lo scambio verbale, condivide il ragionamento alla base delle proprie scelte ed è capace di ascoltare e considerare le obiezioni e i dissensi qualora si presentino: in questo modo il figlio si sente riconosciuto e accettato nella propria individualità, nelle opinioni e nei sentimenti. Lo stile autorevole, inoltre, è caratterizzato dal ricorso a un fermo controllo e all’imposizione continuativa di regole uniformi e coerenti. Infine, è capace di esprimere efficacemente affetto (attraverso azioni e verbalizzazioni), stima e fiducia nelle potenzialità: rispetta i figli per ciò che sono e per le loro esperienze favorendo così lo sviluppo di una sana autostima e l’autocontrollo.

Permissivo: attraverso questo stile educativo i genitori esercitano un basso controllo sui figli in associazione a un’elevata accettazione. Esprimono affetto e cercano di consultare i figli per qualunque decisione, si comportano in modo non punitivo. Risultano poco coerenti, però, rispetto alle regole e non incoraggiano all’obbedienza. Sono centrati sui bambini e ne soddisfano ogni richiesta, anche se non coerente. Di solito, tale atteggiamento impedisce ai figli di assumersi la responsabilità delle proprie azioni, li fa sentire poco fiduciosi in se stessi e incapaci di affrontare le avversità.

Trascurante/Rifiutante: rappresenta lo stile educativo meno costruttivo. E’ caratterizzato da un totale disimpegno affettivo e di controllo: il messaggio principale che un figlio riceve è “Fai quel che vuoi basta che non mi dai fastidio!”. Il genitore dallo stile trascurante è un genitore non coinvolto nella relazione, che stabilisce un rapporto freddo e scarsamente comunicativo con i figli nutrendo un basso livello di aspettative nei loro confronti. I figli che esperiscono questo contesto educativo manifestano scarso controllo delle emozioni e degli impulsi, si sentono molto insicuri nelle relazioni sociali e possono assumere comportamenti devianti.

E’ importante notare che la suddetta classificazione tipologica va considerata in termini orientativi: non esiste una causalità diretta tra stile genitoriale e sviluppo e adattamento del figlio: bisogna considerare anche l’interazione tra le caratteristiche temperamentali di quest’ultimo, lo stile genitoriale del partner, il contesto sociale e culturale entro i quali si costruisce la relazione stessa.

Riflettere su quale sia il proprio prevalente stile genitoriale, può aiutare a capire come modificarlo, se necessario, al fine di costruire un rapporto sano e felice con i propri figli.

Alcuni esercizi per riflettere sul proprio stile genitoriale:

  • Cosa penso e come mi comporto quando mio/a figlio/a esprime una sua idea?
  • Come trascorriamo il tempo insieme?
  • Come mi comporto quando non mi ubbidisce?
  • Come mi comporto se vuole far dal solo/a?

Bibliografia essenziale

  • Cena L, Imbasciati A & Baldoni F. Prendersi cura dei bambini e dei loro genitori. Milano, Springer, 2012
  • Gini G. Psicologia dello sviluppo sociale. Roma-Bari, Ed Laterza, 2012